INTELLIGENTE SI NASCE O SI DIVENTA?

Ogni essere umano possiede un innato desiderio di realizzare i propri sogni, grandi o piccoli che siano. A volte, però, accade di non raggiungere tutti gli obiettivi che ci siamo dati e questo provoca frustrazione e infelicità. Si arriva a pensare che raggiungere mete importanti sia prerogativa di pochi, baciati da una fortuna sfacciata o da un talento innato.

Tutti noi ci siamo detti almeno una volta la frase «non sono portato», come per proteggerci dal risultato non ottenuto. L’opinione comune è che sia necessario essere speciali per conquistare successi speciali.

Quando riflettiamo sui personaggi che, con le loro opere, scoperte e azioni, hanno cambiato il corso della storia, il nostro primo pensiero va alle loro caratteristiche: le loro sono qualità straordinarie, cioè fuori dalla norma, che non trovano posto nel cervello degli uomini e delle donne comuni.

A questo punto sorge una domanda.

È proprio così? Numeri uno si nasce o si diventa? L’essere un genio è determinato dal nostro DNA o ci sono in gioco altri fattori?

Questi dilemmi hanno accompagnato la vita professionale di molti scienziati e ricercatori e, in particolare, hanno guidato le azioni del dottor Thomas Harvey, che lavorava come patologo presso l’ospedale di Princeton nel 1955, l’anno della morte di Einstein.

Il fato scelse Harvey per svolgere l’autopsia sul corpo dello scienziato e lui, senza il consenso della famiglia, prese l’iniziativa di asportarne e conservarne, in vasetti di formaldeide, il cervello. Da lì in poi, spese la vita nello studio minuzioso di ogni suo centimetro, alla ricerca di una spiegazione organica della genialità. Il presupposto di questa dedizione era ovviamente che il segreto del genio risiedesse nella sua conformazione cerebrale, in un dono della natura che lo scienziato avrebbe ricevuto alla nascita.

Harvey desiderava ardentemente scoprire quale fosse la caratteristica anatomica che aveva reso Albert Einstein in vita, e ancora oggi, l’icona dell’intelligenza nel mondo. Purtroppo per lui, e contro ogni aspettativa, quel cervello d’eccezione risultò normalissimo. Per dirla tutta, pesava il 10 per cento in meno rispetto alla media.

Gli studi che si sono susseguiti non trovarono ciò che rendeva Einstein quello che era. La scienza non aveva ancora intrapreso lo studio dei geni e non erano state formulate le teorie su come si formino nuove connessioni sinaptiche.

Passarono quasi tre decenni prima che avvenisse il miracolo. Erano gli inizi degli anni Ottanta quando Marian Diamond, neuroanatomista dell’Università della California, a Berkeley, annunciò una scoperta sorprendente, destinata a rivoluzionare il mondo dell’apprendimento, ma soprattutto le idee riguardanti la genialità. La maggior parte della gente è ancora convinta che geni si nasca, ma la dottoressa Diamond dedicò tutta la sua ricerca a creare geni in laboratorio.

In un famoso esperimento, la ricercatrice pose a confronto due gruppi di topi. Fece crescere il primo in un ambiente stimolante, dotato di scivoli, altalene, ruote e ogni tipo di gioco possibile. L’altro gruppo lo sistemò invece in un ambiente standard, composto da semplici gabbie vuote. Il risultato dell’esperimento fu che i topi che vivevano nell’ambiente stimolante raggiunsero l’eccezionale età di tre anni (in proporzione circa novantanni per un essere umano) e che il loro cervello aumentò di dimensioni, stabilendo nuovi collegamenti sotto forma di dendriti e assoni, strutture che trasmettono segnali elettrici da una cellula nervosa all’altra. Al contrario, i topi che vivevano nelle gabbie normali rimasero inattivi, avevano un tasso di mortalità più alto e presentavano molti meno collegamenti all’interno del cervello.

Dopo aver compreso che nei topi il meccanismo fisico del genio poteva essere indotto stimolando l’esercizio mentale, che provocava la generazione di nuovi collegamenti neuronali, la Diamond volle scoprire se ciò potesse essere valido anche per gli esseri umani.

Per ottenere questo risultato richiese e ottenne sezioni del cervello di Einstein da esaminare. Come si aspettava riscontrò un gran numero di cellule gliali nel lobo parietale sinistro, una specie di stazione di scambio neurologico che la scienziata descrisse come «un’area di associazione per le altre aree di associazione del cervello».

Le cellule gliali sono paragonabili a una sorta di colla, il cui compito è di tenere unite le altre cellule nervose e di aiutare a trasmettere segnali elettrochimici tra i neuroni.

La dottoressa aveva previsto tale risultato, data l’altissima concentrazione di cellule gliali che aveva riscontrato nel gruppo di topi più stimolati dall’ambiente.

Si può affermare che le cellule gliali, gli assoni e i dendriti possono aumentare di numero durante tutta la vita, a seconda di come si usa il proprio cervello. Tale peculiarità non appartiene ai neuroni, i quali invece non si riproducono più dopo la nascita.

Il lavoro della Diamond suggerisce dunque che, più impariamo e più stimoliamo intellettualmente il nostro cervello, più creeremo nuove connessioni di questo tipo.

Del resto già nel 1911 Santiago Ramón y Cajal, padre della neuroanatomia, aveva scoperto che il numero delle interconnessioni tra neuroni è il vero potere mentale, molto più importante del numero stesso di neuroni.

Le teorie di questi scienziati sono state approfondite e confermate nel corso degli ultimi trentanni fino a uno studio pubblicato nel libro The Cambridge Handbook of Expertise and Expert Performance, edito dalla Cambridge University Press, cui il settimanale britannico New Scientist dà ampio risalto.

Si è giunti alla conclusione che le capacità che definiamo «talento», o addirittura «genio», non sono un dono della natura con cui veniamo al mondo, bensì la combinazione di abilità, istruzione di alto livello e una montagna di lavoro.

In sostanza, lo studio della Cambridge University, intrecciando psicologia e scienza cognitiva, ci suggerisce di abbandonare l’idea che il genio, il talento o altre qualità innate siano responsabili delle rivoluzioni scientifiche, delle grandi opere del pensiero o dell’arte o dei migliori risultati sportivi: a produrre prestazioni record è una miscela di capacità, studio e applicazione.

Un motto variamente attribuito a Ernest Hemingway (per il campo umanistico) o a Thomas Edison (per quello scientifico) sostiene che il genio è 1 per cento ispirazione e 99 per cento traspirazione. Sulla base del libro di Cambridge, il New Scientist aggiorna così la «formula della genialità»: 1 per cento di ispirazione, 29 per cento di buona formazione e 70 per cento di lavoro.

Possiamo dunque concludere che i geni non sono altro che persone normali che si sono imbattute per caso in pratiche o tecniche in grado di ampliare il loro canale di attenzione e, in questo modo, di rendere consce le loro sottili intuizioni inconsce.

Quello che accade solitamente a un genio è di sviluppare tale abilità molto presto, tanto da non ricordarne il segreto e da trasformarla in un processo automatico. Questo è il motivo per cui la maggior parte dei geni è confusa quando cerca di spiegare come sia riuscita a raggiungere risultati così straordinari.

Dopo questo preambolo abbiamo dunque compreso che chiunque di noi può diventare un fenomeno e realizzare qualunque impresa straordinaria semplicemente allenando le proprie capacità intellettive e creando nuove connessioni neuronali.

La domanda che bisogna ora porsi riguarda quali siano gli scivoli, le altalene, le ruote e i giochi che permettono all’essere umano di ottenere gli stessi risultati dei topi della dottoressa Diamond.

Rudolph E. Tanzi, docente di neurologia ad Harvard e direttore della Genetics and Aging Research Unit del Massachusetts General Hospital, è il direttore del Progetto Genoma per l’Alzheimer. Durante la sua ricerca ha scoperto numerosi geni responsabili della malattia, tra cui il primo in assoluto.

Tanzi ha stabilito che l’atteggiamento, i comportamenti (quindi anche e soprattutto le tecniche utilizzate per migliorarsi) e lo stile di vita influiscono molto sulle nostre capacità mentali.

È stato ampiamente dimostrato che, più un individuo cresce e si allontana dall’infanzia, meno importante sarà l’impatto della genetica sul suo quoziente intellettivo e sui suoi risultati.

Non importa da dove vieni, chi siano i tuoi genitori e che lavoro facciano o facessero.

È il modo in cui spendi la tua vita, il tuo atteggiamento e i comportamenti che adotti in determinate circostanze a rendere la tua mente quella che è.

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